Epistolario

«Nessuno io credo potrebbe leggere o ascoltare questo racconto con gli occhi asciutti.» Quando Eloisa rivolge queste parole all’abate di Saint-Gildas, Pietro Abelardo, sono passati più di vent’anni dal loro ultimo incontro. Nelle sue lettere, scritte nella prima metà del XII secolo, è ancora visibile il segno della passione che l’aveva legata, poco più che sedicenne, al famoso logico, all’epoca suo maestro. Una relazione gravida di dolorose conseguenze: scoperti e costretti a un matrimonio riparatore – Eloisa era infatti rimasta incinta –, i due si trovarono a subire la vendetta della famiglia della ragazza. Aggredito nel sonno ed evirato, Abelardo si ritirò per la vergogna nel monastero di Saint-Denis; Eloisa prese il velo nel convento di Argenteuil.
Il loro Epistolario non è solamente un’opera importante per la storia della filosofia occidentale. È anche, prima di tutto, la ripresa di un discorso amoroso bruscamente interrotto. Abelardo ed Eloisa riflettono sul passato, si interrogano sulla bontà delle loro scelte e sul senso della tragedia che li ha travolti, discutono sulla colpevolezza del loro comportamento, tentano di leggere la propria vicenda alla luce dei cambiamenti avvenuti negli anni. La loro storia d’amore, raccontata nelle sette lettere che compongono l’Epistolario, ha stimolato l’immaginazione di numerosi artisti nei secoli: da poeti come François Villon e Alexander Pope a romanzieri come Mark Twain e Henry Miller, da drammaturghi come Howard Brenton a musicisti come Cole Porter.

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