Il libro tibetano dei morti

«Questo trattato che apre le porte della salvazione al solo sentirlo recitare è dunque la legge dei Buddha sulla quale non c’è bisogno di meditare, la legge che al solo sentirla recitare conduce alla salvazione, la legge che guida sulla strada segreta anche coloro che commisero grandi peccati; la legge che in un solo istante distingue fra i degni e gli indegni, la legge che in un solo istante conduce allo stato di Buddha perfetto».

Tradotto letteralmente il titolo (Bardo Tödöl) vuol dire Il libro della salvazione, oppure Il grande libro della liberazione naturale attraverso la comprensione dello stadio intermedio e invece Evans Wents, che per primo lo tradusse in inglese nel 1927 e lo divulgò in Occidente, gli diede il titolo più suggestivo di Libro tibetano dei morti e da allora è conosciuto così.
Bardo indica infatti la condizione intermedia dell’esistenza (i tibetani distinguono sei stati intermedi: l’intervallo tra la morte e la rinascita, tra il sonno e la veglia, tra la veglia e l’«assorbimento profondo», e i tre stati intermedi durante il processo di morte-rinascita) da cui ci si può salvare (guadagnandosi la condizione di Buddha perfetto) grazie all’insegnamento offerto da questo libro, che «libera» non appena lo si apprenda o intenda. Al morituro o al morto basta infatti che questo testo venga recitato in sua presenza perché sia efficace.
Redatto in forma di breve trattato iniziatico, Il libro tibetano dei morti è una summa del sapere esoterico, in cui si tratta diffusamente di ogni possibile aspetto della via tantrica alla liberazione dal ciclo infinito di nascita e morte, un’approfondita descrizione del processo di morte ricavata dalla vasta letteratura tibetana sullo yoga supremo.

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