L'’atomo militare e le sue vittime

Legittima o meno, la tecnologia nucleare è figlia del nucleare militare: ancora oggi, nonostante i decenni passati, questo legame si fa sentire e dà al nucleare civile una valenza ambigua, più che sul piano strettamente tecnologico, soprattutto sul piano politico. Si pensi alle recenti crisi dell’Iraq, dell’Iran e della Corea del Nord, nelle quali il nucleare ha svolto un ruolo di primo piano, andante ben oltre le semplici questioni tecniche. Riconosciute le parentele fra le due tecnologie, occorre però mettere in evidenza le profonde differenze: se nel nucleare civile la ricerca della sicurezza è stato l’imperativo costante, altrettanto non si può dire per la tecnologia militare. Essa, per sua stessa natura intrinseca, è organizzata intorno ad altri parametri che relegano in secondo piano gli aspetti di sicurezza e impatto ambientale. Le vittime di un potenziale incidente, anziché essere una sciagura da evitare, sono nel migliore dei casi un effetto collaterale. Oggetto di questo libro è appunto dare voce, offrendo dati e analisi, alle vittime silenziose del nucleare militare. Se dell’orrore di Hiroshima e Nagasaki si hanno testimonianze e studi, non accade lo stesso con tutte le vittime successive, civili e militari, su cui esiste una rimozione pubblica impressionante. Morti, feriti, aggrediti da tumori e malattie genetiche, vittime innocenti e caduti nell’adempimento del proprio lavoro. Dar voce alle vittime ci sembra il primo passo per aprire una seria riflessione sul nucleare militare e di conseguenza su quello civile. Siamo infatti certi che, a livello di percezione del rischio, il nucleare civile incontrerebbe difficoltà assai minori, sia a livello politico sia di pubblica opinione, se potesse sbarazzarsi dell’imbarazzante cuginanza con il nucleare militare. L’abolizione degli usi militari dell’energia nucleare e dei materiali radioattivi, in ultima analisi, deve costituire la premessa indispensabile se si vuole sperare in un futuro meno problematico per l’energia nucleare.

“Un esempio di test particolarmente dannoso per l’uomo e l’ambiente fu quello del 19 maggio 1953 al Nevada Test Site, chiamato in codice “Harry”. Le condizioni atmosferiche di quel giorno portarono massicciamente il fallout sulla cittadina di St. George: la pioggia di ceneri radioattive era così elevata da impedire la circolazione delle automobili a causa della scarsa visibilità. La contaminazione del latte e dei raccolti fu elevatissima e le dosi ricevute dalla popolazione erano tali da imporre un’immediata evacuazione, che non ebbe luogo.”

Massimo Zucchetti

Massimo Zucchetti, ingegnere nucleare, è professore ordinario di Impianti Nucleari al Politecnico di Torino, dove insegna Protezione dalle Radiazioni. Si occupa di fusione termonucleare, decommissioning, scorie radioattive, uranio impoverito. È membro e coordinatore del Comitato Scienziate e Scienziati contro la guerra. È autore del volume Uranio impoverito (2006).

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