Lettera sull'entusiasmo

Anthony Ashley Cooper, terzo conte di Shaftesbury, nacque a Londra nel 1671 e morì poco più che quarantenne, nel 1713, a Napoli, dove si era stabilito per cercare un clima più adatto alla sua fragilissima salute. Esercitò l’attività politica alla quale lo destinavano il rango e la famiglia, ma a un certo punto della sua breve vita si dedicò esclusivamente alla scrittura di quei trattati che nel 1711 vennero raccolti nei tre volumi intitolati Caratteristiche di uomini, maniere, opinioni, tempi. Raramente un titolo è stato capace di rispecchiare con tanta fedeltà lo spettro degli interessi preminenti del suo autore. L’entusiasmo di cui Shaftesbury conduce un’impietosa anatomia in questa “Lettera”, composta nel settembre del 1707 e pubblicata qualche tempo dopo  –  com’era l’uso aristocratico – in forma anonima, va considerato nella sua accezione negativa di fanatismo, fede cieca nelle idee collettive, intolleranza nei confronti delle idee altrui. Nessuno, dopo Molière, era stato in grado come il filosofo inglese di capire il profondo legame di complicità che unisce l’ipocrisia di chi si sente sempre nel giusto a un atteggiamento di compunta solennità. «La  gravità», osserva Shaftesbury, «è fatta della stessa essenza dell’impostura», ed è un così potente sortilegio che non solo fa sbagliare gli altri, ma inganna puntualmente anche se stessa. A questa infernale macchina psicologica non può che opporsi uno strumento altrettanto efficace ma positivo, che Shaftesbury individua nell’”allegria”, virtù capace di conferire alla vita la sua necessaria leggerezza. Di tanti filosofi morali del passato, possiamo dire che le loro medicine intendevano curare malattie che si sono estinte. Purtroppo, invece, la follia così bene dipinta da Shaftesbury è quella che sta ancora di fronte ai nostri occhi: mai la necessità di antidoti al fanatismo è stata più urgente di oggi.

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