La crisi della coscienza europea

Alla fine del Seicento, in un’Europa ancora percorsa dalle tensioni della Controriforma, si intravedono soffusi i bagliori dell’imminente Secolo dei lumi: di ritorno dalle Americhe e dall’Oriente, i primi viaggiatori dischiudono nuovi orizzonti per la geografia e l’immaginazione; interpretando la Bibbia e le Scritture come documenti storici, Baruch Spinoza e Richard Simon insinuano il dubbio sull’autenticità di credenze tradizionali e “verità rivelate”; e mentre l’empirista John Locke indaga l’intelletto umano a partire dai suoi limiti, con il calcolo infinitesimale Gottfried W. Leibniz e Isaac Newton sembrano invece determinati a portare quei confini sempre più lontano. Sono gli albori di una rivoluzione culturale che, guidata da un rinnovato spirito di geometria, spianerà la strada verso l’Illuminismo e la moderna civiltà di diritto.

Analizzando il periodo compreso tra il 1680 e il 1715, Hazard coglie il momento di trasformazione collettiva che avrebbe definito l’identità culturale dell’Europa odierna, un’identità fluida e non scevra di contraddizioni, frutto del turbamento dinanzi all’alterità, all’eresia e all’audacia intellettuale di una generazione di liberi pensatori, filologi, scienziati, artisti, philosophes, disseminati fra i centri e le periferie del continente.

Affresco vivido di un’epoca complessa e prismatica – pubblicato nel 1935, anno oscurato dai nazionalismi e dai fanatismi ideologici –, La crisi della coscienza europea resta tuttora un esempio insuperato di erudizione storiografica, ampiezza di sguardo e potenza affabulatoria, una pietra miliare nella storia delle idee.

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